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mercoledì 25 marzo 2015

Se Depero beve Camparisoda, noi ordiniamo uno sbagliato alle 19.00...


"Lo Stemma araldico della Campari non sono altro che: due cani,  in italiano traducibili come cani pari, da cui sembra immediato perciò arrivare alla parola Campari"..


Alzi la mano chi come me prima di quest'oggi era ignaro di questo significato, (o semplicemente che non gli è mai passato per la testa!)..
Bene, questa è la prima cosa che ho imparato da questo incontro con Paolo Cavallo direttore della Galleria Campari di Sesto san Giovanni; la seconda è quella di aver ripercorso alle nove della mattina, tutte le varie miscellanee per arrivare alle 19.00 di questa sera, con le idee ben chiare su cosa ordinare al bar, la terza quella dell'introduzione del concetto museo-azienda.

La realizzazione della galleria Campari è avvenuta in modo più che preciso, allontanandoci dai soliti canoni d’impresa che con la loro linea cronologica non fanno altro che insistere sulle loro tappe commerciali. Quindi no alla visone cronologica, né a quella didascalica, la più azzeccate per celebrare la gloria del passato del marchio; ma viene introdotto un qualcosa dove passato, presente e futuro vengono uniti per mano di un team d’eccellenza.
Prima di fare qualcosa, si aveva ben chiaro dall'inizio cosa non fare!
Non creare un museo polveroso con un autocompiacimento sul successo passato della Campari, ma
un progetto dinamico e interattivo per un pubblico giovane e contemporaneo, dove si è cercato di esplorare tutto l’archivio storico artistico, sebbene sia piuttosto vasto e pertanto impossibile da riproporre interamente.
Si è voluto creare una sorta di punto nodale, per un luogo che fosse in grado di comunicare i valori del marchio Campari, ormai vecchio di 155 anni, ovvero un marchio che dopo la sua vecchiaia è ancora in crescita, nonostante il mercato italiano sia un mercato già parecchio attivo grazie al nostro invidiabile mito dell’aperitivo che per tanti come la sottoscritta si rinnova immancabilmente tutti i giorni della settimana.
Giusto per saperlo, così che nella remota possibilità vi possa essere chiesto, voi potete dire che sbronzarsi ha in realtà la propria storia!

Il mito dell’aperitivo quotidiano è iniziato con Campari Soda nei bar, un aperitivo veloce nato negli anni ottanta con due patatine e un oliva al bancone; semplice e economico mi pare di capire.
Ora il mito dell’aperitivo è cambiato, quello dell'happy-your anche, e si è arrivato a un punto dove il Campari, non è altro che ingrediente di Negroni, Americano, e bla bla, qualche altra decina di drink che se assaporeremmo con solo una patatina, e un'oliva in meno di due anni, saremo al ospedale di San Vittore, con un ulcera perforata. Ma tralasciando questo..
Nella galleria, i visitatori saranno accolti da una slot machine, dove la parola Campari è unita a diversi lettering, dediti a mostrarci quanti loghi sono stati inventati, fino agli anni trenta, quando la battaglia diventò più complicata, e verrà utilizzato solo il logo principale, su ogni bottiglia (sì, quello dei cani, che vi ho ricordato prima!)
Un'animazione e un sound design che renderà divertente la collezione, ben lontana certo, da quelle chine istallate frontalmente capace di mettere al tappeto con un attacco di sonnolenza mortale anche l'osservatore più attempato e attento presente a questo mondo...
Negli anni trascorsi, non era mai stata pensata un esposizione di carattere permanente, c’era qualcosa comunque, ma che non somigliava nemmeno in lontananza a una collezione.
Nell’attesa di realizzare il secondo piano Campari, la galleria ha allestito una mostra con opere abbastanza rilevanti di Fortunato Depero (pittore, sculture e grafico futurista per chi si fosse perso ancora all'elenco puntato degli aperitivi), provenienti o dal museo di Rovereto, piuttosto che da qualche collezionista privato. 
Cercando di tralasciare tutto il discorso che riguarda l'assimetria, piuttosto che la simmetria nelle opere di Fortunato, vi chiederete, ma che diavolo ci fa il futurismo col Campari?
Nel 1932 venne chiesto a Depero di realizzare la bottiglietta prototipo per il primo CampariSoda (quello analcolico che non ci piace troppo), che diventerà ben presto simbolo di questo sodalizio artistico; infatti i futuristi sono i primi a stabilire una sintonia con il nuovo e dinamico mondo industriale come già sappiamo, riuscendo a cogliere la natura innovativa della comunicazione e della pubblicità, riuscendo a sfruttare la forte connessione con l'industria.
Dopo questa rassegna non brevissima, rispetto ai miei post un attimino più sintetici, vi invito a ordinare stasera uno sbagliato al vostro barman di fiducia, magari raccontando qualcosa di questo post, almeno per rompere il ghiaccio con il vostro vicino di tavolo. 
Perché si sa la bellezza strega, ma l'arte conquista!

Ps: Consiglio vivamente una visitina (che per altro è gratuita alla galleria Campari) a Sesto  che è anche attaccata al capolinea dell'M1 e quindi non avete scusanti.




domenica 15 febbraio 2015

La denuncia sociale, di cinque donne nella strada...

La denuncia sociale, di cinque donne nella strada...


"Con fede e progresso e in una generazione di creatori e spettatori, chiamiamo a unirsi tutta la gioventù. In quanto giovani siamo portatori del futuro e vogliamo creare per noi stessi libertà di vita e movimento [Kirchner 1916] ...
 Citando Nietzsche e erede di un ideale romantico, Dresda era convinta che l'arte potesse giocare un ruolo determinante nel condurre l'uomo a valori meno corrotti di quelli a cui lo forzava la nuova società.
Nell'arte, il tema della prostituzione era particolarmente frequente nella riproduzione di un'artista. 
Ma nelle "cinque donne nella strada", c'è qualcosa di particolare, che va oltre l'opera in sé.
Cinque donne nella strada; Kirchner, 1913
Le donne si stagliano su uno sfondo verde acido chiaro: il normale rapporto tra figura e sfondo, almeno dal primo punto di vista, viene invertito; in modo che il nostro sguardo venga catturato dapprima dalla tela, e poi dal soggetto in questione. Le nostre percezioni più certe vengono infatti messe in discussione,   come viene messo in discussione l'antico sistema dei valori etici.
Gli abiti sono modulati su una tonalità scura usata non come linea ma come colore pieno.
I visi pallidi, e le labbra evidenziate da rossetti pesanti sono l'unica trasgressione che il pittore si concede.
Gli abiti sottolineano la moda in voga a Berlino, grande città simbolo di crescita; la monumentalità dei capelli denuncia la vanità delle signore, ma evidenzia il concetto che la città era ora una capitale aperta a ogni stranezza, e che forse vedeva Parigi come il suo modello personale.
In tutto ciò non fa altro che emerge la difficoltà di vivere in un contesto, che non premia, ma ostacola, i moti affettivi, una difficoltà in cui viviamo tutt'ora; dove emergono l'asprezza di un'esistenza narcisistica dedicata a guardarsi e soprattutto a mostrarsi, assieme all'incapacità di comunicare, travestita da un elegante distacco, tipica della società elitaria di ieri e oggi.
E proprio quando viene meno la comunicazione, o per meglio dire essa viene sostituita da quella dello status; forse i più critici di noi ne prendono atto ma con una differenza; noi possiamo ancora denunciare questo attraverso la musica e la pittura, quando i nostri predecessori lo hanno già fatto egregiamente ormai anni orsono? Come possiamo reagire quando di fronte a noi abbiamo un elitè ceca e sorda, troppo ingombrante da spostare per fare posto a chi in fondo ci crede ancora, ma ha finito i mezzi a sua disposizione?
In un mondo dove i valori etici non esistono più, ma vengono emulati all'infinito, quale strumento di denuncia possiamo usare noi giovani?
 Che si tratti di un lavoro, di un'opportunità, o di far parte di qualsiasi mondo, cosa ci è rimasto oltre all'indignazione in nostro potere?

venerdì 13 febbraio 2015

Il bacio nella nostra storia, e in quella dell'arte..

Il rapporto che abbiamo col bacio...



Questo dipinto fa parte di quella categoria dove troviamo "L'urlo", "La bambina malata", "Madonna", serie di opere denominate "Fregio della vita", in cui l'artista si impegnerà a esplorare tutti i temi di vita più drammatici; dalla paura, all'angoscia, dall'ansia alla malinconia, fino a dare vita perfino alla morte stessa.

Sono tanti i baci rappresentati nel corso dell'arte, e ancora di più quelli che diamo nel corso della nostra vita; ma che rapporto abbiamo con loro? 
Come classifichiamo i nostri baci? 
Dettaglio del dipinto "Il bacio" di Munch 1897
Oslo Munch Museet
Se in alcuni, non possiamo fare altro che immedesimarci completamente nel puro surrealismo di Magritte, dove "Gli amanti", entrambi hanno il volto coperto da un panno, caricando la scena di mistero e incomunicabilità; i più innocenti di noi invece si sentiranno sicuramente protagonisti, di un amore dove la semplicità e sobrietà è molto più forte dell'immagine in sé come accade "nell'ultimo bacio di Romeo e Giulietta" del celebre Hayez.
Per me, non c'è tela migliore di questa che possa rappresentare quello che è il bacio per molti di noi.
Essendo un quadrò già precoce nella produzione di Munch, si rivela in come egli stesso vedesse il rapporto tra maschio e femmina; come un amplesso in cui l'identità maschile poteva essere messa in pericolo, quasi assorbita da una donna-mantide.
La coppia, è protagonista dell'opera stessa, ma non con la serenità di Chagall tipica di molti innamorati, ma qua è come se entrambi fossero consapevoli, che nel rapporto tra uomo e donna non bisogna mai arrivare all’annullamento dell’essere o all’assimilazione. 
L'opera ci da anche un'immagine chiara ed esplicita di come fosse realmente l'artista nella propria vita; un uomo da un fascino indiscutibilmente particolare, con un atteggiamento misogino tipico degli intellettuali di un tempo e di noi comuni sognatori, che pur senza ammetterlo, sentiamo di avere un rapporto difficile con la nostra controparte.
Alla visione tragica della vita di Munch, contribuì in buona parte un'atmosfera caratteristica della Norvegia ottocentesca, ossessionata da convinzioni per lo più bigotte, e dalla depressione da cui derivano alcuni dei più significativi drammi teatrali dell'epoca, terreno più che fertile per poter gettare le basi di un'espressionismo carico di emozioni, e sofferenze che suggeriscono precise soluzioni formali, movimento però al quale, egli non vorrà mai aderire.
Ma non è forse questa la chiave? Nemmeno noi, abbiamo intenzione di aderire a una visione pessimistica della nostra vita, passando da un dramma all'altro, da un bacio a un altro, illudendo noi stessi alla stremante ricerca del bacio perfetto, che non ci assorba, ma che ci completi?